“Capriccio …su le temprate corde “( 2009 ) per orchestra d’ archi e fagotto
Questa breve e volante composizione per orchestra d’ archi è stata realizzata in poco più di 10 giorni , dunque rapidamente e per un’ occasione . Perciò l’autore ricorse ad una soluzione leggera ed agilmente realizzabile,rifacendosi alle bozze di un breve componimento degli anni giovanili ; un lavoro che aveva lasciato all’ autore una certa curiosità ancora nell’ esplorare quel tipo di materiale sonoro e soprattutto nel poter nuovamente muovere da quel tipo d’ispirazione poetica, la quale poteva in maniera abbastanza lata richiamare alcuni passaggi ed afflati dell’ Orfeo Monteverdiano.
Il materiale accordale e melodico viene come semplicemente e con molta leggerezza disegnato a partire da posizioni fisse e dinamizzate di accordi, semplici bicordi e note in armonici. Ne derivano degli arpeggi ascendenti – discendenti piuttosto ricorrenti e su posizioni,lo ripeto, di solito fisse.All’ interno di questi arpeggi o meglio volatine si va man mano materializzando o solo avvertendo una sorta di canto nascosto , a carattere pentatonico; detto canto informerà di sé la brevissima sezione centrale,denominata Romanzètta . Non trovando l’ autore per questa sezioncina < B > una possibilità immediata di ampliamento, ciò data l’ incalzante necessità di dover consegnare con urgenza sia gli schizzi che una rapida realizzazione del piccolo lavoro, egli lo ha lasciato così com’ era, ossìa molto breve , ripromettendosi di apportarvi in seguito un lieve ampliamento . La composizione . rimasta alle dimensioni che vediamo. termina con la riproposizione formale , ma impetuosa delle volatine coordinate e fuggevoli della prima parte, o sezione < A > .
Questo armeggiare continuo, da parte degli strumentisti – ben coordinati dal bravo giovane direttore- si manifesta con leggerezza e bravura nell’ equilibrarsi l’uno con l’ altro, come fossero degli aquiloni che si librano e s’ inseguono nel vento, ma che risultano poi collegati l’ uno all’ altro da un sottilissimo filo unico che li unisce in una sola lunga fila. Ed è proprio questa sorta di estrosità continua che ha fatto pensare all’ idea del suonare a capriccio :da qui appunto il titolo.
Di fianco a Betelgeuse
Si tratta di un lavoro, commissionato negli anni ‘90 dal Festival ANTIDOGMA MUSICA , basato sulla poetica del “ come se “. Infatti, se il poeta o l’ animo nobilesi mettesse a contemplare il cielo stellato d’ inverno, verso Est , cosa vedrebbe nonostante l’ eccessiva illuminazione cittadina ?
I’M LOOKING FOR BELISA
Trae spunto da un taccuino di memorie, impressioni, motteggi e ammiccamenti, fantasie e sogni e segrete frivolezze tutti ispirati all’ascolto attento e reiterato del “Don Perlimplin, radiodramma di Bruno Maderna, tratto dall’omonima piéce teatrale di Garcia Lorca. In questo capolavoro il protagonista era impersonato dal flauto di Severino Gazzelloni e si esprimeva con dei suoni al posto delle battute di scena assegnategli da Lorca. Ne è nato così un piccolo omaggio all’ineguagliata capacità di comunicazione propria del grande compositore veneto. Il brano è per flauto in Sol, ottavino e flauto in Do (un solo esecutore).
Prima esecuzione : Roma 1990, Teatro dell’Orologio,solista Paolo Zampini. L’opera è edita da Bèrben.
Imaginary sunrise’s morningdream ( 2019-2020 ) per ensemble di flauti .
In questo brano dall’ origine piuttosto …direi particolare, i materiali utilizzati, che consistono interamente nell’ elaborazione più o meno basata su micro-variazioni e permutazioni o rotazioni degli stessi accordi-base,sono soltanto apparentemente statici. In realtà essi risultano e si presentano come animati al loro interno ricorrendo ad artifici ed alternanze semplici ottenute con– come dire ? -fremiti quasi fantasmagorici che si articolano , spesso, anche soltanto con dei semplici tremoli ) grazie ad un numeroso pacchetto di parti di flauti di vario taglio a disposizione del compositore.
Mettendoci, alla fin fine, ad osservare quasi passivamente e contemplativamente lo scorrere del suo divenire volutamente ripetitivo; mettendoci ad osservarlo dall’ esterno, quasi si trattasse d’uno strano oggetto caleidoscopico e cangiante , si potrebbe facilmente scambiarlo per undivertissement del tutto a-temporale , mixato poi su una consolle completamente elettronica o generatrice di suoni digitali. Ed invece abbiamo qui a che fare con una sorta di originale missaggio di voci e parti di flauti di vario taglio, assemblati in un raro, ma assai nutrito ensemble.
Sembra quasi che si abbia a che fare con un esperimento, per nostra buona sorte per nient’affatto asettico, bensì dotato ( l’ eccentrico oggetto! ) di una propria musicale nonché ben “ respirata “fisionomia.
Un esperimento, accennavo a dire, che potrebbe far pensare ad una rara specie di sintesi additivaelettronica in qualche modo animata e miniaturizzata da un contrappunto mosso da procedimenti almeno un minimo intellettuali. Sembra che il risultato possa a buon diritto aspirare ad innalzarsi almeno di quel poco che sia possibile ad un poeta dei suoni, aspirando a rappresentare insieme uno mini-spaccato dal mondo onirico, che venga però proiettato sul mondo naturale.
<< … e lo gnomo scomparve in un lampo >> ( 1993 )
Questo breve, ma intenso lavoro venne realizzato dopo una lettura, avvenuta tutta d’ unfiato, di un lungo racconto poi romanzetto assai poetico di Tommaso Landolfi,uno scrittore di origini nobili vissuto in suggestivo paesino alle pendici dei Monti Ausoni, nel Cassinate
( Sud Ciociaria) . Scrittore che fu inserito più volte nella rosa dei finalisti per l’assegnazione del Premio NOBEL per la Letteratura. Il lungo racconto s’ intitola << La pietra lunare >> e la breve e fugace composizione che ne deriva si muove decisamente, nel suo appunto breve divenire,entro le dimensioni di musica in miniatura o -come l’ autore definisce questo ed altri suoi lavori di breve respiro – di bottle music ossìa musica in bottiglia(volendo alludere alla somiglianza con quei modellini di antichi velieri o di altri oggetti appunto in miniatura sigillati all’ interno di artistiche grandi bottiglie ben sigillate ).
Ognuno degli strumenti impiegati , vuoi la coppia di flauti vuoi il clarinetto in SI BEM si presentano con una loro caratteristica fisionomia quanto al timbro ed al tipo di interventi che sono loro affidati. I flauti con il loro , direi proprio , fraseggiare melodizzando sempre a due , ed il clarinetto, con il suo suono pastoso caratteristico del suo registro grave ed ottenuto anche con modi d’ attacco che riescono ad evidenziare ancor di più l’ intensità delle sfumature del suo registro grave, appunto. Agli interpreti delle percussioni sono affidati – direi … per l caratteristiche timbriche specifiche degli strumenti e strumentini che essi suonano – compiti più che ritmici,coloristici e d’ atmosfera: anche qui, nelle parti per le percussioni, l’ autore si fa – come dire –esploratore attento di luoghi comuni timbrici, ma anche paziente …cercatore
di sfumature timbriche che vogliono manifestarsi, gli si perdoni l’evidente contraddizione , quasi come …asetticamente espressive . Il compositore prova, in questo modo, a rendere – si può dir così – quasi tangibile l’ atmosfera onirica e come …nebbiosa, tipica del piccolo chef d’ oeuvrelandolfiano , cioè il suo lungo racconto <>.
Concluderei qui con un’ultima osservazione direi tecnica sull’ esito musicale del breveComponimento: l’ autore sembra quasi cercare, negli orditi così sguscianti una sorta di piccolosuo peculiare ideale artigianale , manifestantesi sotto forma d’una vera e propria profilatura…come in filigrana dei frammenti e dei piccoli pattern musicali impiegati , che permeano di sé – ben riconoscibili – il fuggevole racconto sonoro.
<< …passi del drago sulla neve >>( febbraio- maggio 2017 ) per ensemble di 9 vc.
La chiave enigmatica della composizione — oltre che in questa sorta di ricerca di accordi che sembrano comporsi e de-comporsi da soli— consiste nell’ alternarsi, ai fini espressivi, del suono verticale complessivo, sempre in accordi. Come pure la marca espressiva del brano si esplica in sovrapposizioni parziali di suoni, ovvero ancora nel disporsi in sotto-insiemi sonori , collegati dal fil rouge di alcuni soli o abbinamenti di soli a due o al massimo a tre violoncelli .
Di qui, seguono – quasi secondo una stringente logica ovvèro dettata da tendenza continua alla variazione, seguono appunto delle mini- sequenze contraddistinte da altrettanto ritmati colpi d’ arco .
Il discorso proseguirà e fingerà di non trovare un suo proprio equilibrio, restando però assolutamente e del tutto mai statico.
Anzi, l’ensemble dei nostri violoncelli sembra quasi voler procedere su un tracciato ricavato dalle proiezioni, si direbbe prospettiche, quasi a dire multiple, degli accordi iniziali .
Qua e là l’intero ensemble pare come divertirsi, distendendosi in micro-virtuosismi ed alternanze dinamico-espressive .
In parole più semplici, occorre qui mostrare una caratteristica generale quanto al genere di movenze e di materiale musicale usati: si tratta sempre di accordalità plasmate da pattern ritmici piuttosto costanti.
Questi producono, così, delle aggregazioni momentanee piuttosto coerenti, le quali fanno sì che
l’incedere complessivo del brano risulti tutt’ altro che incalzante ; in effetti esso si presenta come ben ritmatoed assume questa caratteristica di saper produrre come un ritmo invisibile , ma presente comunque.
Caratteristica che finisce per costituire la marca generale e costante del lavoro.
Se ne desume quasi un saper produrre quasi una tematica sonora materica ed insieme eufonicamente ottenuta mediante accordi collegati l’ uno con l’ altro da una certa qual coerenza armonica.
Così la carica espressiva del lavoro , la cui dimensione nonché marca caratteristica consiste nel differenziarsi dei suoi elementi costitutivi , in qualche modo, nell’ omogeneità, questa carica espressiva va gradatamente a spegnersi nel finale del brano.
Esso termina con una melodianascosta ( o mal celata? Bah ) che coinvolge l’ intero ensemble in un TUTTI solo apparentementepiù defilato e, per dire, quasi tendente al …silenzio .
CARILLON DELL’ ACQUAIUOLO
Il Carillon dell’acquaiolo per voci e tastiera elettronica, lavoro commissionato all’inizio degli anni ‘90 dall’associazione Kathy Berberian di Agropoli (SA), costituisce l’estratto di due studi per unaffresco sonoro di più ampie dimensioni sul tema della memoria e dell’oblio. All’ascolto del branova associata la lettura del testo poetico (sempre a cura dell’autore), inscindibile dalla musica.
La composizione consiste in una sorta di “reverie” (= sogno ad occhi aperti ) e di ricordo di alcuni momenti -come dire?-“ mixati” appartenenti a vari viaggi compiuti da giovanissimo e per un giovane rimasti piuttosto mitici e soprattutto inseriti fra i ricordi speciali , se non le “lembranças” di un a volte incantevole ed irripetibile viaggio nell’ America del Sud.
In questa sorta di montaggio onirico ed “a collage” si ritrovano insieme, contrappuntisticamente collegati , anche delle tessere da mosaico di diversa provenienza e , direi ,di stile non del tutto coerente . In rilievo fra tutti questi frammenti possiamo rimarcare le citazioni di alcuni “amori musicali” recenti e meno recenti. Ne cito alcuni: le movenze neo-rinascimentali della composizione quasi dowlandiana intitolata “Cries of London”, ispirata a Berio dai richiami dei mercati delle piazze e delle vie londinesi, immortalate da Dowland. Un altro grido di strada, secondo esempio, è un richiamo affidato ad un piuttosto raro contributo di un contro-tenore.
Riporto di seguito una parte del testo poetico , contenuto nel libretto di un CD collettivo a cura diuna radio privata, ad ampia diffusione, dell’Italia del Nord.
“……in uno di quei villaggi/della memoria e dell’oblio/……al risvegliarsi delle cose silenti /ma trepide certo!/ un riguardoso incedere/s’aggiunge all’ovattato rinascere di fremiti…..
…..è quello del muto acquaiolo/che la mente ancora un po’ stordita attende/ per nuovissimaconsuetudine/mescolando….richiami lontani di gai venditori …..con ampio vociare……nel livido alveo di Memoria……allora,oggi…..; sempre : ma,forse, MAI>>>>>>
La dimora dei Giganti ( 2000/2002 )
Si tratta di un foglio d’ album appartenente ad un ciclo di composizioni piuttosto consistente , tutteper lo stesso ensemble di corni ed ottoni . Uno di questi brani staccati era stato, fra l’ altro,commissionato da un Festival Internazionale tutto dedicato appunto ai corni, festival che dava modo ad esecutori e virtuosi dello strumento provenienti da tutto il mondo di riunirsi per alcuni giorni nel paese natale di uno dei più grandi interpreti del XX° secolo del difficile strumento a fiato,l’ indimenticabile Guelfo NALLI . Alcuni di questi impromptus , tratti dall’ intero ciclo, sembrano quasi l’ animazione musicale di alcuni fumetti d’ autore da me frequentati in gioventù– ad es. le celebri serie di TEX WILLER ideate dal grande disegnatore Bonelli .
Occorre qui menzionare la interessante versione per un nutrito ensemble di corni in FA, con altri ottoni aggiunti , versione curata dal m.° Fabio Agostini , direttore ufficiale degli ensembles che si costituivano nel corso di questo importante raduno, ripeto, mondiale.
Altra esecuzione ragguardevole questo brano l’ha ricevuta durante le Weimar Festwochen, dove il quartetto di corni svizzero DAUPRAT lo ha degnamente eseguito.
Nel corso del lavoro i quattro strumenti omogenei si rimbalzano un canto a carattere modaleggiante, proposto ora da questo ora da quel corno , nonché alle volte riechieggiandosi acoppie oppure con altri abbinamenti . Il tutto racchiuso, come dicevo poc’ anzi, nella cornice di unfoglio d’ album piuttosto poetico e con un respiro direi unico : i quattro corni sono, cioè, fusi comese fossero le quattro parti o di un corale oppure le voci omogenee di un unico strumento polifonico.
L’UNICORNO E LA FENICE
L’Unicorno e la fenice inizia con un veemente tutti, che dà l’avvio ad un inseguirsi di figure lineari direzionate affidate al quartetto d’archi. Queste, dialogando con il pianoforte, s’innestano sulriverberarsi dei suoi potenti accordi ribattuti. Mediante questo gioco di riproposizione di elementicostanti enunciati dal pianoforte si ottiene insieme l’effetto di evidenziare percettivamentel’innesto delle figure-stringhe degli archi e di avvolgere come in un involucro sonoro, in una nebbia di risonanze, il fuggevole gioco di rincorsa tra archi e pianoforte.
Dall’andamento serrato ed impetuoso scaturisce come un respiro unico del fraseggiarecomplessivo, che vuole provocare quasi una sorta di sospensione della usuale percezione del tempo (inteso come categoria oggettiva) in un unico, dilatato istante.
L’opera è stata composta nel 1984,lo stesso anno ha vinto il premio Viotti-Valsesia; prima esecuzione: Roma-Auditorium di Via della Conciliazione,18 ottobre 1984,Gruppo strumentaleMusica d’Oggi, direttore Luigi Lanzillotta.
La Nouvelle Foire de Bref-n-Y-ins ( 2016/2017 )
Questa breve composizione appartiene marginalmente ad un ciclo ufficiale di lavori per ensemble di flauti a becco con intervento delle percussioni . Detto ciclo , consistente in un trittico e denominato “ … de Bienvernìs “ , è derivato -prima estemporaneamente poi più sistematicamente- da una lettura notturna che direi qui quasi spasmodica.
Da una lettura notturna che direi qui quasi spasmodica. La lettura era nata da pura curiosità letteraria e dal fascino che in me esercitava la figura del grande scrittore friulano Carlo Sgorlon e dal mondo a volte da lui evocato : in parte reale , in parte frutto di saghe popolari & di tradizioni dei valligiani .
Nel titolo del componimento semplicemente l’ anagramma del luogo di fantasia nominato come,appunto, “ Bienvernìs”.
Il mio lavoro vuol essere una rapida riproposizione di quella Saga , descritta nel romanzo sgorloniano “ La carrozza di rame” : una lettura popolata di folletti ed altre piccole divinità nascoste nei boschi , fra le quali si annoverano i Trolls ,tipiche …infauste entità delle foreste.
L’ operazione complessiva consiste nel …quasi riciclo di strumenti antichi : un’ idea creativapraticamente “ fuori del tempo” e pertanto appartenente alla serie di miei lavori composti in uno stile che io stesso denomino anacronista.
N.B. : sia il ciclo di Bienvernìs sia La nouvelle foire mi sono stati commissionati dal Direttore della Scuola Cantonale di Musica del Cantone di Valais , nella Svizzera Francese.
Il lavoro del 2016/17 è stato lungamente e pazientemente concertato e concepito per dei giovani allievi di flauto dolce a cura del m.°Anne Kirchmeyer Casularo . Il committente principale, quanto al ciclo intero, è stato il Direttore del periodico “ Flatus” , importante rivista a tiratura europea , il m.° Enrico Casularo che con l’ occasione ringrazio per la bella opportunità concessami.
Morgainaugen ( 1989 ) per flauto e percussioni
Questa composizione consiste in un breve, ma intenso lavoro appartenente agli anni del lungo perfezionamento col grande ed indimenticabile m°. milanese Umberto Rotondi , avvenuto in parte presso la sua classe di Composizione Moderna al Conservatorio “ G. Verdi “ di Milano.
Il brano è stato, si potrebbe dire, realizzato secondo un’ estetica definibile in parte gestuale ed in parte ancora informale .
Particolari risalto e cure sono stati dedicati all’ impiego delle percussioni, che richiedono un interprete di assoluto rilievo.
La composizione si potrebbe dire piuttosto per percussioni con l’aggiunta di un flauto in DO .
Questo flauto si esprime con un suo particolar melodiare che realizza , più che un vero e proprio canto, un anelito espressivo ed apparentemente episodico ad una formadi canto piuttosto astratta, come dire : un anelito al …” canto” , un accenno ad un suo speciale melodiare.
“PROGETTO DI VOLIERA CON GATTO E DRAGHI” (1984-1986)
E’ un brano d’occasione appartenente al periodo del perfezionamento cosiddetto “accademico”. Questo perfezionamento è avvenuto presso i Corsi dell’Accademia Chigiana di Siena. Il cosiddetto materiale armonico e contrappuntistico era stato preparato lungamente in precedenza.
Invece l’effettiva realizzazione delle tre sezioni che costituiscono il lavoro è avvenuta, soprattutto, durante l’ultima settimana senese.
Nel frattempo, sullo sfondo di queste notti estive della città toscana, avvenivano le caratteristicheed originali fasi preparatorie al Palio dell’Assunta: infatti i rappresentanti di contrada sfilavano dinotte cantando dei cori propiziatori all’importante gara tra le contrade.
Il riferimento ideale, ossia, la fonte di ispirazione è da ricercarsi nell’attenta visita ad una mostra itinerante di disegni e bozzetti di Leonardo da Vinci.
Di essa mi erano rimasti impressi dei famosi schizzi di cavalli rampanti, schizzi ripetuti più volte e, in qualche disegno, persino dei draghi ̧ probabilmente da disegni preparatori del tema di S.Giorgio e il drago più volte ricorrente nelle pale leonardesche.
A questo punto il coacervo un po’ simbolista viene completato dalla figura marginale di un gatto, a sua volta rappresentato da un clarinetto.
Quanto al mio lavoro vi si possono riconoscere , all’interno di tre sezioni, inizialmente una“promenade piuttosto lunga “del clavicembalo solo giocato in un registro molto acuto. La sezione centrale consiste in un momento prolungato di attesa della parte finale.
Questa terza sezione è piuttosto incalzante e consiste in un articolato inseguirsi di parti, realizzato con accoppiamenti, di solito fissi, dei cinque strumenti che formano questo insolito quintetto: il flauto con il clarinetto, i due archi insieme e lo strumento a tastiera che si inserisce con suoi propri interventi, in sincronia, ora con questo gruppo ora con quell’altro.
L’intera composizione termina lasciando in sospeso il discorso; pertanto si avverte qualcosa come una brusca interruzione, come se il discorso musicale volesse proseguire e se ne sottointendesse il seguito.
<< … du silence clair et souple >> ( 2008-2010 )
Si tratta della versione con live electronics di un mio lavoro piuttosto singolare ed insolito : dedicato al topos ideale del ‘68 , nel suo 40° anniversario.
Stimolato da un altrettanto singolare ed originale rapporto – spesso a distanza – con un direi amico “ rockettaro” , un ottimo nonché amico dilettante , divenuto col tempo persino amico.
Nacque così prima l’ idea, subito dopo la realizzazione piuttosto elaborata e complessa della composizione per pianoforte solo “ The silent scient of the dock …66”
( << quel …profumo di silenzio al molo 66 >> ) , un lavoro appunto complesso, però tutto sommato contemplativo & placido . Ma vediamone alcuni particolari : la stesura definitiva di “The silent scient …” si era man mano – (come dire?) stratificata su diversi pentagrammi sovrapposti .
La apparente difficoltà di lettura del brano in realtà nasconde una serena riflessività – vuoi nell’atteggiamento compositivo, come pure nel quasi dipingere un placido sciacquìo di acque marine tranquille in un porto immaginario –ed una particolare semplicità nel selezionare il materiale armonico ed in parte riverberante.
Materiale che ha suggerito successivamente di tentare lo esperimento difficile e selettivodell’ impiego del live- electronics .
Complessivamente l’operazione consiste in una “ risposta sottovoce” ai chiassosi clamori del rock del mio simpatico amico, un capo-complessino del genere musicale rock. Anzi aggiungerò che il materiale armonico è stato ripreso , in maniera direi larvata se non criptica, da diversi miei amori ricavati dalla musica rock degli anni più belli ed importanti del genere . Precisamente da repertorii come quello dei Genesis, Pink Floyd e soprattutto dal raffinatissimo e variegato … direi pacchetto delle dolcissime musiche scritte edeseguite da Simon & Garfunkel per il famoso film <> con Dustin Hoffmann protagonista . Ne è derivata una strana filigranatura del materiale sia compositivo sia pure di atmosfera sonora che risulta palesemente post classico ed ancora una volta decisamente e volutamente in stile anacronista .
Soprattutto una risposta garbata e sottovoce alle chiassose eppur simpatiche esuberanze sonore …” rockettare “ . La si potrebbe dire una rilettura delicata e come “innamorata” ,un brano forse … del come se neo-simbolista e – forse illusoriamente ! – idealista.
